Cannabis proibita: «Vietato coltivare piantine in casa»
È destinata a fare giurisprudenza la scelta della Suprema Corte che, a sezioni unite, ha ribadito che la coltivazione domestica della canapa indiana, anche per uso personale, rimane un reato.
È destinata a fare giurisprudenza la scelta della Suprema Corte che, a sezioni unite, ha ribadito che la coltivazione domestica della canapa indiana, anche per uso personale, rimane un reato.
Se l’erba è una droga non si può seminare in terrazzo o in giardino: è (o meglio, rimane) reato coltivarne anche una sola pianta. Così la Corte di Cassazione ha sancito ieri, con una sentenza delle sezioni penali unite, che la marijuana 'fatta in casa' è illegale. Il pronunciamento, proprio perché a Sezioni unite presiedute dal primo presidente Vincenzo Carbone, farà giurisprudenza. In futuro vi si dovranno uniformare i tribunali, le corti d’appello e gli stessi giudici di piazza Cavour e questo è quindi da considerare come l’orientamento definitivo della suprema Corte in materia, dopo una serie di verdetti in contraddizione tra loro.
La decisione, tra l’altro, è stata presa respingendo la richiesta avanzata dal sostituto procuratore generale Vitaliano Esposito, il quale aveva invitato i giudici a considerare come non penalmente perseguibile la coltivazione di cannabis tra le pareti domestiche e per uso personale. I casi in esame, rimessi alle sezioni unite dalla quarta sezione penale, erano due, uno discusso in udienza pubblica e uno in camera di consiglio. Ma la questione era unica: appurare «se la condotta di coltivazione di piante, dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, sia penalmente rilevante anche quando sia realizzata per la destinazione all’uso personale».
La risposta, come detto, è stata affermativa: «Costituisce condotta penalmente rilevante qualsiasi attività di coltivazione non autorizzata », si legge in una nota diffusa dopo la lettura del dispositivo. Perciò la Corte ha confermato la condanna a 4 mesi di reclusione e mille euro di multa nei confronti di Vincenzo D.S., cittadino milanese che coltivava marijuana in veranda. Ribaltato invece, il verdetto di proscioglimento del gip di Savona che due anni fa aveva giudicato il giovane Domenico V. non punibile per aver tenuto in casa qualche pianta di 'erba': il ragazzo sarà quindi processato.
In attesa di leggere le motivazioni, si può comunque affermare che esce sconfessata la linea 'antiproibizionista' talvolta sposata da alcune sezioni della stessa Cassazione. I precedenti non mancano, negli ultimi quattordici anni. Era il 1994, infatti, quando la sesta sezione penale distinse «la coltivazione in senso tecnico, un procedimento che presuppone la disponibilità di un terreno e di una serie di attività dei destinatari delle norme sulla coltivazione» dalla detenzione di cannabis per uso personale. A quel pronunciamento, il 10 maggio dello scorso anno, si rifece la stessa sesta sezione (sentenza 17983) per annullare la condanna della Corte d’appello di Roma a carico di un uomo che aveva coltivato nel proprio fondo cinque piante di marijuana.
Ben prima, il 19 ottobre del 2003, la Cassazione aveva annullato la condanna a 6 mesi di reclusione e mille euro di multa per Giovanni M., napoletano allora quarantaseienne, «per aver coltivato illegalmente una pianta di cannabis sativa e detenuto 80 semi della stessa pianta per la coltivazione». Motivo: per condannare il 'coltivatore diretto' di sostanze stupefacenti è necessario che «anche in concreto l’offensività sia ravvisabile almeno in minimo grado».
Analoga la sentenza numero 40362 del 31 ottobre del 2007, con la quale ancora la sesta sezione penale affermò la liceità della marijuana (fatta crescere, nel caso in specie, dentro la vasca da bagno) se venduta come «pianta ornamentale». La sentenza fece clamore, tanto che due settimane dopo il primo presidente Vincenzo Carbone diffuse una nota per precisare che la coltivazione domestica era da ritenersi «legittima solo quando siano specificamente provate in fatto l’irrilevante quantità e l’assenza della destinazione all’uso di terzi».
Ieri, infine, la decisione a sezioni unite che fa chiarezza una volta per tutte, per la verità anticipata proprio quest’anno dalla sentenza 871 della quarta sezione: «La coltivazione non autorizzata costituisce un reato».
COS’È ?
Danneggia il cervello
La Cannabis è una pianta appartenente alla famiglia delle Cannabaceae. I principi attivi sono contenuti in grande quantità nella varietà indiana. In base al clima e alle cure la coltivazione può raggiungere un’altezza che va dai 30 cm. sino a 6 metri. È una droga 'dispercettiva' che amplifica le sensazioni.
Determina tra l’altro alterazione della percezione del tempo e induce atteggiamenti e pensieri paranoici.