I fuochi di Santa Febronia
La riflessione di un cittadino pattese contemplando i giochi pirotecnici in onore della patrona S. Febronia. Un invito a riflettere, tutti.
La riflessione di un cittadino pattese contemplando i giochi pirotecnici in onore della patrona S. Febronia. Un invito a riflettere, tutti.
Gli ultimi fuochi, sono sempre quelli più sfavillanti, quelli più intensi. Poi ci saranno i tre botti “di sordi”, come li preannuncia sorridendo con sarcasmo il mio vicino, quelli che comunicano a tutti che la festa è finita e gli occhi possono smettere di cercare in alto le mille scie luminose e sfavillanti d’oro e smeraldo. E noi lì, infatti, tutti con il naso in su, ancora una volta, verso questo artificiale ma sempre suggestivo firmamento di colori e luci, a sorridere e pensare, con i bimbi che si tappano le orecchie e con quelli che rimangono con la bocca spalancata ed assorta, con gli innamorati di una vita o di una sera sola, che si stringono e consegnano a quelle scie luminose quel morso tenero e intenso che sentono all’imboccatura dello stomaco e del cuore.
Tra poco più di dieci minuti tutti abbandoneranno la via Trieste commentando che quelli dello scorso anno sono stati più belli, più intensi, migliori, e poi vuoi mettere quelli della festa di Gioiosa Marea, o di Brolo, o di vattelappesca… e poi la crisi, delle Grandi Borse e dei piccoli borsellini, delle città e dei nostri cuori, delle famiglie che si sgretolano e delle coscienze che collassano, dei figli che crescono e chissà quali strade prenderanno e della nostra incapacità di guardarli negli occhi e dargli un vero segnale di speranza.
Nelle orecchie le note e le parole sentite pochi minuti fa, il morbido e travolgente sound di Mario Venuti che ripete fino allo sfinimento che siamo solo ciò che vorremmo e non possiamo essere, che sarebbe noioso ed inutile essere felici una vita intera, che il cuore è solo puro, dolce, ineffabile, tremendamente instabile sentimento, che il tempo passa come un samba irresistibile a cui non puoi concederti se non per pillole, momenti, attimi.
In questi ultimi giorni alcuni amici, o conoscenti, o sconosciuti miei concittadini, hanno consegnato alle pagine dei propri diari facebookiani nostalgie e rimpianti per anni, secoli, vite passate, quando la festa della Santa Patrona, dal nome strambo su cui anche Venuti ha ironizzato simpaticamente, ingombrante per molte delle nostre nonne o zie o mamme che se lo ritrovano addolcito magari nel più eufonico “Nella”, questa festa appunto era un momento di partecipazione corale, di un paese che si stringeva, malgrado le tristi condizioni economiche o sociali, alla sua grande piccola protettrice, fiducioso anche nella sventura, e in giorni come questo riempiva le strade di risa e allegria, devozione e speranza. Tutto perso, dunque, un paese cadavere che si rivela nelle strade deserte, nelle processioni disertate, nelle bancarelle di calia e noccioline a scomparire…
Come dargli torto? come non accorgersi dello stato comatoso di questo angolo di mondo, questo nostro piccolo, strano paese, arroccato di fronte alla meraviglia di un golfo incantevole ma chiuso al nuovo, diverso, possibile cambiamento? Come non ritrovare in esso il profilo e le fattezze di una bella donna, di nobili origini e dall’infanzia serena e gaia, che trascorre ormai gli ultimi scampoli di vecchiaia chiusa in un dorato ricordo e senza contatto con il mondo esterno?
Eppure. Eppure, mentre i fuochi, gli ultimi, sfavillano nel cielo pattese, sopra i tetti di via Fontanelle, e brillano e si specchiano negli occhi increduli o annoiati, curiosi o disincantati di noi, qui, riuniti un po’ per caso, appare ancora possibile recuperare quel poco di dignità, o chiamala fierezza, per rialzare la testa, per non soccombere ad una crisi che, prima di essere economica e sociale, è personale ed intima, e quindi comune a noi tutti. Che ci lagniamo, imprechiamo, malediciamo magari il non essere scappati via, come tanti, cercando aria libera e serena altrove, ma che poi ci ritroviamo sempre incredibilmente innamorati di queste vie, di queste piazze, delle sue incredibili e inespresse potenzialità.
Non sarà la finanza a salvarci dalla crisi, come non sarà la politica, con buona pace di molti infervorati ed utopistici miei amici, a salvarci dal baratro che incombe sul nostro paese, sulle nostre famiglie, sulle nostre vite.
E’ solo un uomo, maturo e coraggioso, leale e sincero, ciò che serve: che lavora con onestà e dedizione, senza dubitare sull’operato di chi gli sta accanto, che crede fermamente che tutti hanno un compito, ed un proprio spazio, nella costruzione di un paese e di una identità. Senza falsi utopismi, veramente divenuti insopportabili nei blog e nei social network frequentati da pattesi, senza inutili disincanti fatalisti, del finiremo tutti in pasto alla balena, che blocca e inibisce senza altro effetto. Perché un paese si costruisce nella coscienza di chi lo abita, prima che nei progetti di chi lo governa, lo ha governato o aspira a farlo in futuro.
Animo, dunque… godiamoci questi filamenti di luce dorata nella calda e placida notte, aspettando i tre colpi “di sordi” per rimetterci in moto, per sentirci ancora una volta vivi.
Alessandro Greco
